venerdì 3 luglio 2009

LE RADICI DELLA DERIVA CATTOLEGHISTA

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un contributo di un lettore in merito al rapporto politica - religione e, più specificatamente, relativo al rapporto elettorato leghista - chiesa.

“Gli italiani non sono cristiani, sono cattolici anche se irreligiosi. Questo fa la differenza.”
Così terminava un articolo di Eugenio Scalfari pubblicato su La Repubblica il 5 agosto 2007 (www.repubblica.it/2007/07/sezioni/politica/scalfari-fondi/scalfari-5-agosto/scalfari-5-agosto.html). La differenza, di cui parlava l’autore, è quella tra una società democratica, perché laica, e la società italiana, fortemente condizionata dalla presenza di una chiesa impossibilitata a educare al senso dello stato, in quanto ne è estranea.

Effettivamente per la chiesa gli italiani, prima che cittadini, sono soggetti che fanno parte di una realtà molto più ampia, che non conosce confini né amministrativi né politici e il cui sovrano è Dio, cui solo spettano tutti i poteri, di fronte ai quali quelli terreni devono ineluttabilmente piegarsi. E poiché la chiesa cattolica si intende come l’unica fedele interprete del volere divino, essa valuta le leggi dello stato italiano solo alla luce della propria dottrina, indipendentemente da ogni criterio di utilità sociale, arrivando a ignorare quel principio del male minore che di norma segue quando di mezzo ci sono i propri interessi. Così si è verificato, ad esempio, nel caso dei preti pedofili, un fenomeno negato per molti anni, su indicazione anche dell’attuale pontefice, in quanto si riteneva che l’insidia portata a qualche ragazzo fosse un male minore rispetto a quello prodotto da una denuncia pubblica che avrebbe compromesso gravemente, assieme alla sua immagine, la predicazione del vangelo.
Questa inferiorità del mondo laico agli occhi degli uomini di chiesa si è fatta omelia in tutte le parrocchie, fin dalla nascita degli stati moderni. Ancora negli ultimi anni preconciliari un importante manuale ad uso dei seminaristi - il Denzinger -, insegnava che il cristiano non era tenuto a pagare le tasse allo stato laico. Di certo, contrariamente al peccato sessuale, quello dell’evasione delle tasse non ha mai avuto la minima attenzione da parte del mondo cattolico, che ha sempre preferito la carità individuale a quella istituzionale - che si realizza proprio grazie alla redistribuzione del reddito garantita dalle entrate fiscali -, tanto da far sorgere il dubbio che la carità individuale sia spesso la foglia di fico che maschera la grettezza sociale.
Questa minorità dello stato nella considerazione della chiesa romana è la prima radice del cattoleghismo, un fenomeno consistente nella preoccupante resa di buona parte del mondo cattolico ai valori leghisti, con buona pace della coerenza evangelica.

La seconda radice va ricercata più in profondità nella storia del cristianesimo e nella vita dei singoli.
Per millecinquecento anni, da quando è diventata ossatura vitale dell’impero romano, e fino all’avvento della televisione, la chiesa è stata l’agenzia educativa più importante della società italiana. Soprattutto ad essa si doveva, nel bene e nel male, l’educazione morale di un popolo, garantita nelle famiglie dalla particolare vicinanza che le donne hanno sempre avuto con le sacrestie e i confessionali, dove da una parte trovavano conforto per le mille umiliazioni derivanti dal ruolo subordinato da loro assunto nella famiglia tradizionale e dall’altra “indirizzi” fortemente vincolanti sulla sessualità e la riproduzione in ambito domestico, con il risultato che spesso i mariti andavano a cercare altrove la liberazione da un bisogno e da una solitudine, di cui peraltro erano i principali responsabili.
Va da sé che anche il figliuol prodigo, una volta riavutosi e reo confesso, trovava al suo rientro le braccia aperte del prete (e, solo dopo, quelle della moglie), a rassicurarlo dell’avvenuta riconciliazione con l’Altissimo.
Poco importa se questi eventi si riproducevano con ritualità settimanale, mensile o annuale, in un ciclo nevrotico destinato a perpetuarsi e a deresponsabilizzare tutti i soggetti, in quanto sentito come ineluttabile conseguenza del peccato originale. L’importante era che la chiesa fosse sempre là, in ogni momento, a elargire il dono infantilizzante della rassicurazione per tutto e per tutti.
L’esempio appena fatto, riguardante la sfera affettiva personale, ben si presta a illustrare il meccanismo poco virtuoso che caratterizza spesso i comportamenti dell’uomo che vive sotto l’ombrello dei sacramenti, certamente malintesi e dolosamente utilizzati per esorcizzare il male che ancora, forse, ha in animo di fare. Altrimenti non si capirebbe, per restare sempre nella sfera dei comportamenti sessuali, il proliferare di uomini e donne che da sempre vendono sesso anche su tutte le strade della cattolicissima provincia di Bergamo…..

Che cosa non ha funzionato in questi millecinquecento anni?
L’evangelizzazione, perché ha cambiato sensibilmente il suo contenuto.
C’è infatti uno iato profondo tra l’afflato biblico vetero e neotestamentario e il ritualismo, direi burocratico, che sembra caratterizzare la vita ecclesiale di tanta parte del popolo cristiano. Gran parte della predicazione dei profeti è una denuncia contro le ingiustizie sociali, interpretate come segni del tradimento dell’alleanza. Basta leggere Isaia per rendersene conto. Se è vero che i primi comandamenti riguardano la relazione con Dio e l’ortodossia (corretta dottrina), è altrettanto vero che tutti gli altri ne sono un’esplicitazione sul piano dell’ortoprassi (corretti comportamenti).
Gesù di Nazareth segue l’impostazione dei profeti fino alle estreme conseguenze anche per sè, la radicalizza, giungendo a dire che il culto e il rito non sono nulla di fronte alla carità di chi dà da mangiare a chi ha fame, da bere a chi ha sete, da vestire a chi è nudo…. Nel capitolo 25 del vangelo di Matteo si dice chiaramente che solo questo importa: l’amore disinteressato, il soccorrere il povero senza se e senza ma, solo perché è nel bisogno. Nella predicazione Gesù punta il dito nelle piaghe personali e collettive, senza infingimenti. Gesù inquieta: nega valore alle prescrizioni rituali del Levitico, spostando chiaramente l’asse della relazione tra Dio e gli uomini sull’ortoprassi, perché non chi dice “Signore! Signore!” entrerà nel regno, ma chi fa la volontà del Padre, amando i suoi simili. Gesù predicava una religiosità senza fronzoli liturgici, tutta centrata sul riconoscimento dei bisogni radicali di tutti gli uomini. Toglie ai suoi correligionari anche la consolazione dell’appartenenza ebraica, come garanzia di salvezza eterna.

La chiesa dei primissimi secoli aveva ben compreso la radicalità dell’annuncio di Gesù, tanto da includere, ad esempio, nei primi concili la condanna dell’usura, intesa in modo palese come prestito di denaro a qualunque interesse, una pratica considerata così gretta e contraria alla morale evangelica da essere consentita in seguito solo agli ebrei, mettendo purtroppo una base solida al risentimento antiebraico. Chi sostiene che la chiesa non ha mai modificato i propri contenuti dogmatici anche in campo morale, dovrebbe rileggersi i canoni dei primi concili - presto rimossi - e confrontarli con la prassi attuale, in cui le banche anche cattoliche o di paesi cattolici sono padrone del mondo.
Con il pontificato di Giovanni XXIII era parso che la chiesa si fosse resa conto del “falso sviluppo storico” - per dirla con il cardinal Lustigier - in cui era incappata. Un papato brevissimo, un fremito nel mondo, l’abbattimento dei primi muri (ben prima dell’89!), una speranza grandissima per chi ha vissuto quei momenti. I padri del concilio ribadivano che il regno di Dio è universale e non particolare, inclusivo di tutte le diversità e non esclusivo di esse. Questa era evangelizzazione: un respiro dell’anima di ciascuno e del mondo intero.
L’Italia stava crescendo tumultuosamente, accumulando ricchezza e nutriva un forte desiderio di giustizia sociale; le organizzazioni sindacali e i partiti di massa ricercavano insieme, anche nel conflitto, il bene comune. Gli orizzonti dell’agire politico non coincidevano con quelli della propria terra (l’Europa stava nascendo…), non riguardavano solo il presente, andavano oltre il tornaconto personale. Gli uomini rispondevano davanti alle tragedie nazionali e internazionali. Si prendeva coscienza che esiste un Terzo mondo, una realtà da abbracciare e difendere davanti alla rapina dei più forti.
Le potenzialità rivoluzionarie dei vangeli per le coscienze sono ben documentate dalle biografie di non pochi uomini e donne, che spesso hanno abbandonato con radicalità una vita conforme ai principi imperanti nel loro tempo per vivere esclusivamente per la costruzione del regno, correttamente inteso.

La centralità della buona novella sta quindi nella relazione con i bisogni degli uomini. Se questo vien perso di vista, non c’è evangelizzazione, ma solo ritualismo, perbenismo, doppiezza etica.
Il ritualismo crea la sensazione di appartenenza, la certezza di essere dentro il solo recinto che offre salvezza. Funziona come in quei giochi dei bambini, in cui è previsto un luogo proclamato “tana!”, in cui ci si può sentire intoccabili. E nella “tana” ci si sta poco, quel tanto che basta per tirare il fiato e riprendere la corsa nella vita, dove spesso si seguono regole che confliggono con quelle dei vangeli. Poco importa: l’incoerenza tra dottrina e prassi verrà sanata nel ritualismo della riconciliazione.
Da millecinquecento anni la chiesa ammonisce, punisce e rassicura. Talora, in sporadici momenti meravigliosi - vedi S. Francesco -, davvero evangelizza. Ma solitamente ammonisce, punisce e rassicura. Su questo si basano il suo potere e, insieme, l’incapacità di molti di porsi come soggetti autonomi nel giudizio e responsabili nelle azioni, capaci di farsi carico dei problemi creati dalla propria indole, per migliorala a beneficio di tutti.
Le conseguenze sul piano sociale di questa debolezza morale degli individui è stata ben tratteggiata da G. Leopardi nella sua opera postuma Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani, in cui essi vengono descritti come attenti all’apparenza (amano pavoneggiarsi sulla pubblica piazza, andando avanti e indietro per attirare l’attenzione….), inclini alla ritualità, pur non credendo in nulla, cinicamente pronti a dar addosso a tutti gli altri - gli unici responsabili dei guai comuni -, incapaci di dialogare tra loro per progettare insieme la costruzione di una società equilibrata e forte…...
Basta vedere un talk-show delle nostre reti televisive per rendersi conto che siamo rimasti uguali ad allora.

“Se vuoi essere perfetto, lascia tutto ai poveri e seguimi”. Questo invito radicale dà il segno della grande speranza cristiana. L’invito è rivolto a tutti e non è suscettibile di letture accomodanti, tali da giustificare le disuguaglianze sociali. La ricerca del regno coincide con quella della propria identità, mai conquistata in modo definitivo, è un peregrinare infinito in uno spazio popolato da uno stuolo di altri uomini che hanno lo stesso problema, quello di essere riconosciuti nella propria specificità. Ed è comune destino che la definizione di sé passi attraverso il riconoscimento e il rispetto reciproci, senza cui c’è solo conflitto sociale.
Su questo fronte l’evangelizzazione è mancata, per spostarsi in un “non luogo” della salvezza, da subito negato da Gesù, quello del rito, spesso una finzione che sostituisce nei singoli l’espressione della radicalità cristiana con quella dell’autoconsolazione o, ed è molto peggio, dell’autogiustificazione. Il rito - staccato dalle opere di giustizia - rassicura e finisce per infantilizzare chi lo pratica.
Perso l’orizzonte del regno - e la sua giustizia -, si cessa di cercarlo e di costruirlo; si sostituisce la tensione morale della ricerca con la pretesa di esserci già dentro, per diritto di nascita. Si diventa cattolici per anagrafe, un diritto acquisito, con un po’ d’acqua battesimale sul capo, una comunione e una confessione almeno una volta all’anno….
La giusta ricerca dell’identità cristiana, una condizione dinamica, viene sostituita dall’appartenenza cattolica, una condizione statica, una rendita di posizione conservata a suon di riti e di sacramenti. L’inquietudine della ricerca cede il posto all’immobilismo delle certezze, che rinchiudono l’io in un fortino che si vuole inattaccabile, e che diventa impermeabile al bisogno degli altri e alle esigenze del regno. La chiesa rassicura. La rassicurazione non partorisce capacità di autocritica, crea conformismo.

So bene che la chiesa non voleva e non vuole questo, ma questa mi pare la deriva che ha imboccato gran parte del popolo cattolico, dal momento in cui ha perso di vista il nucleo centrale del vangelo. Un popolo educato alle certezze rituali e alla sicurezza che ne deriva è incapace di affrontare criticamente le sfide della storia, che di questi tempi assumono il volto di una moltitudine di uomini e donne in fuga dai loro paesi per sopravvivere; gente molto eterogenea che spesso addirittura rifiuta quella cultura occidentale di cui invece ha un disperato bisogno. La parte migliore del mondo cattolico ha allargato le braccia, ha saputo, sa offrire accoglienza. Avendo assimilato il vangelo, conosce la fatica della conversione ed è più paziente nei confronti dei nuovi disperati. Ma la netta maggioranza si è progressivamente smarrita e ha cercato un’altra “tana”, dove rifugiarsi, diversa dalla chiesa, la quale, predicando il valore dell’accoglienzza, in questo caso non poteva più rassicurare il suo popolo.
Il popolo non evangelizzato si è infilato lestamente nella “tana” della Lega.

Germano Federici

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Riflessione molto articolata e di buon livello culturale. Dovro' rileggerla e meditarla per eventualmente commentarne alcuni punti. Come prima impressione mi sembra che alcune critiche siano un po' esagerate e ingenerose: si sa che anche nella Chiesa, come in tutte le organizzazioni, sono molti di piu' i "vasi di coccio" che non i "vasi di ferro", nel senso che e' proprio dell'indole umana, cristiano o non cristiano, quello di omologarsi alla mentalita' dominante. Per non aver guai, per non dare nell'occhio.
Vedo pero' che anche in questi momenti politici tragici per la nostra nazione e' proprio dalla Chiesa che partono durissime e fermissime prese di posizione (ad esempio contro il decreto sicurezza da parte di esponenti vaticani e di pax-christi, come ho appreso dal nostro blog). Inoltre e' ormai da parecchi mesi che Famiglia Cristiana, il piu' importante periodico cattolico italiano, rappresenta un riferimento per la resistenza culturale alla deriva della mentalita' dominante di destra. Se non si riconosce cio' non si e' intellettualmente onesti.
Bisogna poi vedere come si colloca ognuno di noi: e' lecito porsi sia come osservatori neutrali, oppure come persone estranee alla Chiesa oppure ancora come cristiani che decidono comunque di "stare" nella Chiesa, capiti quel capiti. Personalmente mi colloco in questa posizione, anche se per me puo' essere penoso dichiararlo perche' immediatamente mi riconosco in quelle contraddizioni e ambiguita' dei cristiani che il lettore faceva presente.
Ho riflettuto un po' anche sulle dichiarazioni dell'on.Fini quando affermava che la deriva dell'epoca fascista (sigh!)fu possibile anche per le complicita' della Chiesa. A parte il fatto che mi rattrista che sia sempre Fini, e non qualcuno dei nostri esponenti, a sollevare questioni di grandi interesse politico e con metodo di forte autocritica (non vorra' mica candidarsi alle primarie del PD ?), la sua affermazione sulle complicita' della Chiesa ha aspetti di grande verita' che pero' andrebbero integrati anche con gli eroismi di esponenti della Chiesa nella Resistenza e con le complicita' e mancanze delle forze politiche democratiche di allora (le dittature nascono non solamente per l'esaltazione dei fanatici ma anche per la pavidita' dei democratici).
E cosi anche oggi e' sicuramente vero e interessante comprendere come mai una parte considerevole dei cattolici vota Lega pero' bisogna anche chiedersi perche' buona parte del voto ideologico di sinistra va alla Lega, perche' gli operai non ci votano piu' e votano Lega.

Anonimo ha detto...

... pero' bisogna anche chiedersi perche' buona parte del voto ideologico di sinistra va alla Lega, perche' gli operai non ci votano piu' e votano Lega.

Beh, forse è semplicemente perchè non si sentono rappresentati da una linea politica che vuole conciliare i loro interessi con quelli delle imprese.
Storicamente credo che il conflitto sia stato positivo anche per le imprese.
In mancanza di questo ci si sbraga su posizioni per cui il conflitto è con gli altri poveri cristi.
E comunque non tutti gli operai (ed gli altri lavoratori - impiegati. terziario. partite iva, precari) votano Lega altrimenti la Lega sarebbe il primo partito in Italia. Votano anche per noi, per Rifondazione e sinistre varie, e pure per il PDL.

Anonimo ha detto...

Mi pare poco opportuno, invece di analizzare un aspetto per quello che è, andare a trovarne altri che, parzialmente, sono a scusante di un atto che viene considerato deplorevole. E' il classico modo per dire "ci sta tutto". E non va bene....